Islantilla, ultimo lembo di Spagna

Tra la Costa de la Luz andalusa e l'Algarve portoghese

  • di Nube
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 4
    Spesa: Fino a 500 euro
 

Ancora su un volo Vueling da Venezia con destino Siviglia per ripercorrere la rotta che avevamo fatto, non molti mesi prima, in condizioni atmosferiche alquanto avverse che ci avevano tenuti allacciati per tutto il volo. Ora la situazione meteo è migliore e nelle due ore e mezza di volo il segnale si accende solo per brevi tratti. L’assenza di nubi ci permette di prendere subito confidenza con la costa ed il paesaggio talvolta montuoso e arido dell’entroterra andaluso. Scesi dall’aereo è una sferzata calda che ci investe: fanno 38° gradi, siamo a Siviglia e qui non si scherza, non è la prima volta che veniamo da queste parti. Ci affrettiamo a prendere l’auto noleggiata per puntare verso la costa dove speriamo di trovare refrigerio.

La nostra meta è questa volta Islantilla, una località sorta di recente accanto alla più nota Antilla, considerata la spiaggia d’eccellenza per le famiglie, dove si riversano i sivigliani per sfuggire alla calura (come avremo modo di appurare). E’ una località sull’Atlantico a pochi km dal confine portoghese e a circa 150 km da Siviglia. Le indicazioni sono chiare, seguiamo dapprima la scorrevole Autopista del Centenario che ci conduce a Huelva e da qui prendiamo la biforcazione per Ayamonte, ultimo avamposto spagnolo prima del Portogallo. A Lepe troviamo indicazioni per le spiagge e, attraversando campi sterminati di fragole, distese di aranci ed ulivi, arriviamo facilmente al nostro Grand Hotel Puerto Antilla. L’impatto con l’esterno è subito di sollievo, vi spira una fresca brezza nonostante il sole picchi, l’aria è tersa e tutto risplende. L’hotel è la prima gradita sorpresa: veniamo accolti da una hall immensa che si apre in altezza con vari piani da cui debordano piante lussureggianti tanto che sembra di stare in una foresta tropicale. Al di là dell’ampia vetrata intravvediamo uno splendido giardino con piante e fiori che fa da cornice ad enormi piscine. Le premesse ci sono tutte per assicurarci relax e qualità dei servizi, non ci resta che verificare. Dopo cena ci spingiamo fuori dal cancello che delimita il nostro hotel prospiciente sul “paseo maritimo” ed è ancora una sorpresa. La lunga ed ampia passeggiata lastricata è fiancheggiata da un’alta duna di sabbia ricoperta di tamerici e vegetazione spontanea. Leggere passerelle in legno sovrastano la duna e conducono all’immensa spiaggia digradante sull’oceano.

2° giorno

Prendiamo confidenza con gli ampi spazi dell’hotel e recuperiamo dei teli per il mare attraverso un percorso così complicato che sembra una caccia al tesoro. Ci rilassiamo in piscina nonostante la presenza di molti piccoli spagnoli e portoghesi: è il periodo delle famiglie con ninos che godono di speciali tariffe. Incominciamo ad esplorare i dintorni; ci incuriosisce in particolare il Portogallo che è molto vicino e vogliamo raggiungerlo con il ferry che parte da Ayamonte. Questo era un tempo l’unico collegamento con il paese confinante, prima dell’apertura dell’aereo ponte di Calatrava che ora collega le due sponde del Guadiana. Passiamo per Isla Cristina, un’importante località balneare costruita attorno ad un villaggio di pescatori che ha tuttora un notevole porto peschereccio e un mercato del pesce. Ci gustiamo dell’ottimo pesce fresco nel ristorante dei fratelli Moreno, una specie di osteria di fronte al porto, frequentato dai locali, dove mangiamo bene senza essere spennati. Arriviamo ad Ayamonte appena in tempo per parcheggiare l’auto e prendere il battello (euro 1.50 per pax e tratta) che con una breve gita sul Guadiana ci traghetterà in Portogallo a Villa Real de San Antonio. Da padovani ci sentiamo in un luogo familiare legato alla memoria del nostro santo che però ha visto i natali in questa terra. Dallo stile degli edifici s’intuisce subito che siamo in un altro stato e questo ce lo ricordano anche il fuso orario (- 1 h) e la lingua che qui ha suoni per noi più incomprensibili. Il paesino è caratteristico con la sua mappa perfettamente a scacchiera, frutto di un progetto illuministico, che volle far nascere una città esattamente in corrispondenza di quella spagnola al di là del fiume. L’aspetto è un po’ troppo commerciale: ogni porta è un negozietto di biancheria per la casa, di asciugamani e tovaglie con il galletto, simbolo del Portogallo, riprodotto veramente in tutte le salse non commestibili!

3° giorno

Facciamo in mattinata una lunga passeggiata in riva al mare sull’ampio paseo che porta all’Antilla, località balneare molto amata dai sivigliani che qui hanno le loro case dove arrivano in massa nei week-end e nelle feste religiose, che non sono poche. La spiaggia è immensa e per questo è adatta particolarmente alle famiglie con bambini. Arriviamo fino al mercato del pesce, ma sono le 11 e non c’è quasi più niente. Sostiamo un po’ al caffè Belvedere che fa onore al nome per la splendida veduta che offre: una finestra spalancata su una spiaggia quasi deserta lambita dall’oceano. Per pranzo, attratti dall’aspetto casereccio, ci fermiamo nella trattoria improvvisata nella casa di un pescatore che ha allestito un po’ di tavolini, coperti da tralicci di verde, sul marciapiede. Ingannati da quel che ci sembrava una casa autentica abbiamo ordinato l’ennesima paella in terra ispanica che si rivelerà come tutte le precedenti una fregatura per turisti con riso scotto e pescato surgelato. Trattoria Da Antonio, per chi approda da queste parti, certamente da evitare. Neanche il gazpacho si salva: tutto aglio e liquido come l’acqua. Dopo cena facciamo invece una piccola escursione a Lepe, il capoluogo di questa zona dove c’è il famoso santuario della Vergine di Lepe, detta anche La Bella, dalla prima esclamazione dei due frati che ritrovarono per caso nei campi l’effigie della Madonna. Troviamo purtroppo il santuario chiuso, ma ci fermiamo ugualmente in questo sperduto paese andaluso nella Plaza de Espana ad osservare la vita locale tra una folla di anziani, bambini che giocano e madri ciarliere, dove si confonde il vecchio con il nuovo ricordandoci com’era in passato anche da noi, nei filò del dopocena

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