Le bellezze di Amsterdam

Alla scoperta di una città che incanta: mercati galleggianti, arte fiamminga, chiese barocche, canali ed energia positiva

  • di lorel
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Fino a 500 euro

È interessante nei viaggi poter entrare nelle chiese per sedersi un attimo, riprendere le energie, stare in silenzio, riflettere. Certo non lo fai, se tutte le volte devi pagare. La sera la dedichiamo al famoso quartiere a luci rosse, con le ragazze in vetrina. Le ragazze mi mettono malinconia, nelle loro piccole stanze, in viuzze strette, con di fronte dei muri ciechi. Antonio si ricorda che una volta, molto tempo fa, in effetti, le ragazze erano sistemate meglio, avevano delle stanze che guardavano il canale, c'era maggiore spazio, luce.

Come per tutti gli altri lavoratori, anche la loro condizione è peggiorata nel tempo. Il capitalismo non risparmia nessuno. Il mio umore si rialza quando ci troviamo davanti al "Bulldog", quello che è stato il primo coffee shop di Amsterdam, dall'atmosfera rilassata ed edonista. Un'occhiata alla bella chiesa gotica di Oude Kerk, la Chiesa Vecchia, e, chiacchierando tra i canali e schivando biciclette, ce ne torniamo in albergo.

Terzo giorno

Il nostro albergo dà proprio sul canale. Usciamo la mattina e vediamo l'Amstel. Uscire di casa e incontrare l'acqua rende la vita più leggera e carica di promesse. Da qui si intravede il Magere Brug, il ponte levatoio in legno, e più lontano, il Nemo, il Museo della Scienza nell'edificio progettato da Renzo Piano. Oltre il Teatro dell'Opera ecco Waterlooplein, con il grande mercato delle pulci, e la sinagoga portoghese del quartiere ebraico, un edificio molto interessante ispirato al tempio di Salomone a Gerusalemme. Rinuncio a entrare, anche se provo una grande curiosità, perché oggi il nostro scheduling prevede il Rijksmuseum, che sappiamo impegnativo. La visita si rivela poi più leggera del previsto; niente fila, il museo, che possiede la più grande collezione di opere dell’arte fiamminga, si gira bene nei vari piani e si arriva alla Ronda di notte senza essere stremati. Nel tragitto ammiriamo mobili raffinati, ceramiche di Delft e la sfiziosa casa delle bambole di Petronella Oortmann. La lattaia di Veermer non c'è, purtroppo, è in trasferta al Louvre.

All'uscita andiamo come tutti a farci un selfie alla scritta bianca e rossa I Amsterdam. È così simpatica questa scritta, così carica di energia positiva che la mando a mezzo mondo, via Whatsapp. Quando usciamo il pomeriggio tardi sbagliamo direzione e ci troviamo in Leidseplein. Ecco uno di quei momenti che capitano nei viaggi, quando giri l’angolo e ti ritrovi in un luogo che dà un senso di appagamento e pienezza e ti fa dire “Sì, ho fatto proprio bene a venire qua”. Il mio giro d’angolo ad Amsterdam è stato Leidseplein, con l’Hotel Americano art déco, i cinema e i teatri, la piazza piena di gente che mangia ai tavolini all’aperto, l’Hard Rock cafè. Fuori dai teatri un parcheggio enorme di biciclette, una distesa, “fin dove l’occhio poteva guardare”, direbbe Guccini. Ma quante sono? Probabilmente solo nella Cina di Mao si saranno viste tante biciclette. Alla fine ci troviamo all’entrata del Vondel Park, il famoso parco degli hippie degli anni settanta, che ormai non ha niente di sovversivo, è un tranquillo giardino borghese con boschi e laghetti, almeno il tratto che facciamo noi, mentre scende la sera. Per cenare scegliamo un ristorante italiano, due penne all’arrabbiata piccanti al punto giusto. Ormai ai ristoranti ci siamo assestati sui trenta euro, scegliendo il piatto che costa meno, due birre e due caffè.

Quarto giorno

Oggi è il giorno del Museo Van Gogh. Al risveglio sento i miei occhi che sfrigolano dal piacere, stanno pregustando la bellezza che vedranno. Anche qui niente stress, niente fila, si parte dagli autoritratti del primo piano, su fino al terzo, con le opere magnifiche e il racconto della vita difficile con la tragica fine, ma anche il rapporto con il fratello Theo, la corrispondenza tra i due. Al ristorante il cameriere, che parla italiano perché ha fatto l’Erasmus a Roma, ci consiglia di prendere l’autobus per andare alla Casa di Anna Frank. Ma noi non demordiamo, niente mezzi, questa è una città da girare a piedi o tutt'al più in battello. Prima di arrivare alla casa incrociamo la Westerkerk, chiesa occidentale, con l’alto campanile sormontato dalla corona rossa, bianca e blu dell’imperatore Massimiliano I, i cui rintocchi sono citati nel diario. Durante la fila che dura circa un'ora, mi concentro sul manifesto di benvenuto nelle varie lingue: bienvenido mundo, welcome world, Wilkommen Welt e così via. Grazie Amsterdam, siamo contenti di essere qui e consapevoli di quello che andiamo a visitare. La casa è alta e stretta, con la libreria a fare da sentinella al nascondiglio. Sulla parete della stanza di Anna i ritagli di giornale e le foto dei divi del cinema. Quando vedo il testo originale del diario, conservato in una bacheca, provo una grande tenerezza per questa ragazzina seduta a scrivere, con gli occhi scuri vivaci, sprizzanti intelligenza. E anche se è già un'adolescente e non più una bambina, mi tornano in mente le parole di Simona Vinci, ne La prima verità: “Bambini, bambini, bambini. Decine, centinaia, migliaia di infanzie strappate”

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