Itinerario: Djanet – Alidemma- Inezzanne (Tadrart) Gruppo: i turisti - Paola, Fabio, Luigina, Sergio, Emanuela i tuareg - Diaba, la Grand Guide, Sidi, Kalya, Omar Domenica Sergio ha comprato subito un vestito tuareg celeste (camicia lunga e pantaloni di cotone) ...
Itinerario: Djanet – Alidemma- Inezzanne (Tadrart) Gruppo: i turisti - Paola, Fabio, Luigina, Sergio, Emanuela i tuareg - Diaba, la Grand Guide, Sidi, Kalya, Omar Domenica Sergio ha comprato subito un vestito tuareg celeste (camicia lunga e pantaloni di cotone) al mercato di Djanet, completo di cheche giallo/verde fosforescente e infilato ciabatte di plastica (acquistate alla Coop il giorno prima di partire). I suoi jeans, scarpe da tennis e cappellino da mare erano assolutamente inadatti al contesto e ai 32 gradi di qui. Durante l’incontro ad Ancona, prima del viaggio, a domanda precisa “come ci si veste?” avevo detto di portare pantaloni di cotone leggero, larghi e comodi, perché nel deserto si sta spesso allongé -versione italianizzata dal francese che, tra noi, significa “distesi”. Non a caso, il pantalone tipico tuareg (di colore nero, con in fondo un ricamo giallo) è tenuto in vita con un laccio e il cavallo è all’altezza delle ginocchia. Anche Emanuela ha comprato un abito tipico, blu, molto bello che le sta d’incanto e cheche rosso. Fabio: cheche verde oliva; Paola: cheche blu; Luigina: cheche lilla chiaro.
Abbiamo dormito ad Alidemma, nel sacco a pelo, sotto le stelle.
Lunedì La passeggiata magnifica ha aperto questa mattina – abbiamo camminato a lungo, sedendoci per una pausa all’ombra; ovunque è possibile ammirare il panorama- dolce e vastissimo. A piccoli gruppi o in solitaria (massima libertà d’azione è l’unica regola che seguiamo) abbiamo attraversato un ampio wadi per arrivare alla nostra meta: una grotta con pitture rupestri, perché il Sahara algerino è un immenso parco archeologico all’aperto. Qui Luigina e Fabio (impossibile stabilire chi dei due l’abbia vista per primo) hanno scoperto una figura che si nascondeva in una piega della roccia e che nessuno aveva visto prima. Da oggi in poi quella è la pittura di Luigina.
C’è sempre una trattazione sulle pitture o i graffiti: cosa rappresentano, a che periodo appartengono...Figure danzanti, cammelli, giraffe, mucche, scene di caccia, situazioni di vita quotidiane od eccezionali, che risalgono – quelle più antiche- a quando c’erano corsi d’acqua in questi luoghi. Da lassù abbiamo ripercorso con lo sguardo la strada fatta e ci siamo riposati.
E poi foto, per avere un ricordo delle pitture e di noi lì.
Stanotte abbiamo dormito contro la ruota del fuoristrada, proprio come i tuareg.
Martedì La Grand Guide ha detto che il muflone era un dono di Dio... lasciava supporre che si poteva ucciderlo? L’incontro con il muflone in mezzo ad un ampio wadi (ciò che è stato per lui una sfiga) ha entusiasmato i partecipanti, soprattutto gli uomini: i turisti si sono limitati a fare un reportage dell’evento eccezionale (che, in quanto tale, indica un buon auspicio per il nostro viaggio), mentre per i tuareg è venuto naturale ingaggiare una specie di corrida a bordo della toyota. Dopo molti zig zag, il poveretto era senza più molte forze, quasi sfinito dalla corsa intelligente e serrata iniziata da Djaba. Io me lo sono trovato ad un metro dalla portiera e quando Sidi ha chiesto “che facciamo? Lo uccidiamo?” abbiamo urlato NO tutte e tre.
Naturalmente, l’avventura mattutina con il muflone è stata ripresa più volte durante il giorno e, come è ovvio, consacrata intorno al fuoco durante la cena. Non è chiaro, a tutt’oggi, se davvero lo avrebbero ucciso e, soprattutto, se sarebbero stati capaci di farlo. Ad una mia domanda precisa non ho ricevuto risposte soddisfacenti sul piano tecnico. E’ così, si fa per parlare..