Albania: un tesoro di storia, arte e peculiarità

Come risvegliare una principessa

  • di Kingsize
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 6
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Con un bacio, ovviamente. Con un bacio dato in cima ai sette scalini semicircolari dell’abbazia di Santa Maria, come sopra una torta nuziale: ecco come si concluse nel 1451 il matrimonio di Giorgio Castriota, detto Scanderbeg, con la nobildonna Andronika Arianiti. E con la promessa di essere il miglior uomo del pianeta per meritare il suo amore. Nel chiostro, gli ospiti applaudirono, prìncipi radunati lì da ogni contrada d’Albania, gomito a gomito con gli ambasciatori di Napoli, Ragusa e Venezia. Vero è che il monastero ortodosso di Ardenices, che abbraccia la cappella, dista giusto un chilometro dalla Via Egnatia, costruita dai Romani nel 146 a.C. per collegare Durazzo e Apollonia – i loro approdi nello Jonio – con Bisanzio, ma localizzare il convento, che emerge appena dall’infinito verde, non dev’essere stato agevole. Ai piedi della rampa che sale all’arco d’accesso, aperto nelle formidabili mura che difendono il luogo, sacro un tempo ad Artemide, un vecchio intona un’antica cantilena. I lunghi loggiati che affacciano sul cortile raccontano d’un cenobio rudimentale, primitivo quasi, che occupava architetture elementari di pietra chiara e di legno scuro disegnate con righello e compasso. Il chiosco aggettante che protegge il pozzo rompe la linearità, ed è solo il campanile a lanciare nell’azzurro intenso del mezzogiorno un grido bianco. All’interno, gli affreschi portano la firma di Costantino e Attanasio Zografi, maestri che nel 1700 hanno ridipinto mezza Albania. Gli archi del colonnato che abbraccia la corte fiorita – basso perché un tempo tutto era a misura d’uomo, anche gli uomini – trovano un’eco in quelli che dividono, nell’iconostasi, le immagini dei santi e delle scene bibliche, ma a dominare è il pulpito dorato, capolavoro d’intaglio, che sembra ascendere come il cesto d’una mongolfiera. La visita solitaria rende ancor più remota quest’oasi cristiana, una delle tante che si occultano nei campi, baluardi d’un popolo solido e cocciuto che, nonostante abbia dovuto sopportare le dominazioni dei suoi vicini da sud – Greci e, per lunghi secoli, Turchi –, da est – Bulgari –, da nord – Veneziani – e anche da oltremare – Italiani –, invasori che hanno lasciato frammenti di espressioni, di usanze e di cultura, insiste a forgiarsi un’identità indipendente, fondata sulla cura per la propria terra, su tradizioni millenarie e su un orgoglio troppo spesso ferito da avvenimenti fuori scala per una nazione così piccola da potersi percorrere da capo a fondo in mezza giornata.

Piccola, come una principessa, e come una principessa bella e ben dotata: le valli verdi con i frutteti, il mare azzurro con spiagge ancora non vandalizzate dal turismo di massa (sebbene la colonizzazione del cemento stia iniziando: il lungomare di Saranda è tutto un fervore di cantieri che lasciano a mala pena posto alla carreggiata), le località montane incontaminate e ben servite, e su tutto una pervasiva sensazione di storia, come se il passato stesso si presentasse per offrire all’ospite i suoi risultati migliori. E sono proprio le immagini rubate ai tempi che furono che restano con più piacere nella memoria: gli angeli dipinti d’una chiesetta campestre, il selciato sconnesso d’uno dei castelli che punteggiano il panorama, una palmetta o un animale scolpito da un ingenuo scalpello romano, il decoro arabescato d’una moschea. Nulla d’imperdibile – la nostra è una principessa, dopo tutto, non un’imperatrice – ma tutto piacevole. E la principessa, dopo il sonno di cinquant’anni cui l’ha costretta l’isolazionismo di Enver Hoxha, il dittatore comunista che aveva rotto con i sovietici e in cui la Cina stessa aveva perso interesse, si sta svegliando. La democrazia è giovane e la sua nascita è stata sofferta, ma non vedremo più, come nel 1991, decine di migliaia di giovani albanesi in fuga approdare a Brindisi: il cammino verso il progresso è lungo, ma c’è speranza

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