Ricordi della nostra Guida per Caso africana
…Ci sono momenti nella vita di ciascun uomo in cui, per stranezze del vivere, per accadimenti inaspettati, per destino o come lo si voglia chiamare, insomma momenti particolari in cui ci si sofferma a riflettere… Magari momenti in cui questa macchina perfetta che siamo, questo insieme miracoloso di cellule, fibre e neuroni che ci costituisce e ci rende vivi nel mondo si mette a tossire, come un motore a sei cilindri che improvvisamente si grippa e fa fumo bianco.
Ed allora ci si rammenda, fin dove è possibile, portiamo noi stessi
In officina, cambiamo olio e filtri o magari qualcosa di più della manutenzione straordinaria; che so, ci cambiamo le bronzine perché il nostro albero primario non gira più bene o magari il telaio ha ceduto per i sobbalzi della pista e va saldato, bisogna aggiungere forse qualche pezzo di rinforzo… Ed ecco che allora, come il nostro buon 4x4, ci tocca fermarci. Non dico per molto ma almeno per qualche tempo, giusto il tempo che ci va a far raffreddare le saldature, a far riassestare i pistoni nelle nuove camicie cromate lucide lucide…
Ogni tanto ci mettono in moto, ci fanno girare un po’ per vedere se
Tutto è stato rimontato a dovere e se tossicchiamo allora spengono tutto di nuovo e ci lasciano ancora un po’ in garage, che tutto l’olio nuovo abbia tempo di scendere a lubrificare i nuovi
Ingranaggi e, inch Allah, possano, si spera, girare come i vecchi che andavano tanto bene accidenti a loro… Ed allora stiamo lì, fermi, ad aspettare che il motore sia pronto a rimettersi in corsa,
Speriamo… E riflettiamo, ascoltando il tintinnare delle gocce d’olio che pian piano tornano a riempire la coppa disastrata che si sta tentando di riparare... E si ha tempo, si pensa. Rifletto, appunto…
16 anni di Africa. Né molti né pochi. E prima? Prima ancora 30 anni di note. Quelli sì che sono tanti: avranno a che fare con questi ultimi sedici?... Note potenti, calde, che hanno dipinto una gran parte di questa mia vita con colori intensi. Quante volte le mie mani hanno fatto note su non so più quanti palchi; quattro corde che emettevano suoni gravi, i suoni che più amo, sembrano la voce stessa della Terra, sembravano e sembrano scaturire dalle viscere più profonde del nucleo di questa sfera su cui nasciamo e moriamo. Un basso, un semplicissimo basso elettrico, suonato con l’anima, anzi, vissuto con l’anima. E’ strano,se ci penso oggi dopo che ho vissuto l’Africa: quello che sta qui, immoto, su un trespolo di questa mia casa è uno strumento fantastico, con qualità straordinarie… i suoni che crea non vengono miscelati da potenziometri elettrici, non ci sono manopoline con su scritto treble o bass o middle… No; c’è il legno, anzi I legni. Uno strumento la cui voce è equalizzata unicamente dall’insieme dei legni che lo compongono, uniti ed assemblati in modo tale da ottenere delle gravi naturali, possenti, come respiri cosmici… E lo strano, dicevo, è che quei legni non sono legni qualsiasi. Sono Bubinga e Wengè, sono legni d’Africa. E ancora ritorna l’Africa, quindi. Già c’era, inconsapevole artista io suonavo l’Africa, mi lasciavo trasportare dalle sue frequenze, una sincope ed un levare che mi venivano naturali e che non sapevo ma erano non mie ma di quei legni. Ed a quelle frequenze gravi, in fondo, sono semplicemente ritornato, con altre strade, seguendo altri pentagrammi fatti di terra, acqua , sabbia, persone e voci, ma che in fondo sempre musica sono e hanno sapore, come quei legni di molti anni or sono, di Africa. Soltanto che ora ne ho la consapevolezza