Stanley avanzava sotto l’immensa piramide di Chefren. Senza sosta, continuava a traguardarla con sguardo distratto ed accigliato. Per quanto strano, la vista di quel gigantesco mausoleo di arenaria lo lasciava indifferente. Non udiva alcuna voce, un gemito, un flebile sussurro trasportato dal tempo. Gli schiamazzi dei venditori ambulanti coprivano le vibrazioni che certamente quei simulacri dovevano emanare.
«Andatevene a quel paese!?!» aveva sbottato visibilmente infastidito così, dopo aver svogliatamente scattato alcune foto, si era diretto verso la Sfinge.
La grande statua si stagliava in lontananza, fiera nella sua inquieta fissità. Stanley accelerò l’andatura e non appena vi fu quasi a ridosso si accovacciò sopra un massiccio blocco di alabastro prendendo lentamente ad osservarla. I turisti erano ancora lontani ed un raro silenzio dominava la vallata.
Incuriosito, cominciò a traguardarla soffermandosi sui dettagli più minuti. Con aria solenne, il volto del faraone fissava l’orizzonte, indifferente al lento scorrere del tempo. Le zampe feline si allungavano sulla sabbia proiettando un’ombra lunga e misteriosa. Affascinato, cominciò a prendere alcune istantanee poi ripose l’attrezzatura e di nuovo si fermò ad osservare. Sopra la tersa navata del cielo, un sole cocente martoriava le polverose radure del deserto sovrastando inesorabilmente nei pensieri.
Il viaggiatore rimase in silenzio con la mente sgombra e rilassata. A lungo planò su quella sensazione fino a quando la berciante fiumana di turisti tracimò sulla piana infuocata. Appagato, si rialzò allontanandosi lentamente.
Aveva iniziato a viaggiare ammaliato dalle conquiste e rinascite che ogni viaggio porta sempre con sé. Era il solo modo che conoscesse per scacciare l’inquietudine che dimorava in lui e rari erano i luoghi in cui non fosse stato. Ovunque si recasse, riusciva sempre a confondersi con l’ambiente. Arabo tra gli arabi, aborigeno tra gli aborigeni, parlava più di quindici lingue ed un’innumerevole quantità di dialetti.
Il padre gli aveva lasciato una grossa fortuna e lui, dosandola con sapienza, la consumava non facendosi mancare nulla. Ripudiate le effimere tentazioni di crescita che lo avrebbero reso schiavo del lavoro, rifuggiva al contempo il misero centellinare del denaro che sovente rende i ricchi tanto meschini e banali. Diamine, a cosa servivano gli averi quando la morte avrebbe comunque livellato ogni cosa? Le emozioni, quelle no, nessuno le avrebbe mai potuto cancellare. Le portava nel cuore, nei pensieri. Così era diventato un viaggiatore, un cacciatore di ricordi, un magistrale interprete dei suoi desideri.
A passo cadenzato, diede un’ultima occhiata alle piramidi osservandone le cuspidi pungolare il cielo. Brevemente avvertì un’emozione, un fugace turbamento ed un sorriso si stagliò sul suo volto.
- «Lo sapevo...!?!» sussurrò a denti stretti avviandosi verso l’uscita. A passo lento, superò la cancellata avvicinandosi ad uomo seduto su un terrapieno.
«Com’è andata?» chiese quello aggiustandosi la "gellabìa" [Tunica indossata dai popoli del Nord Africa.].
«Bene, Papiro, ma poteva andare meglio!».
«...O peggio!» continuò l’altro additando i pullman stracolmi di turisti.
«Dannazione - sbottò Stanely sempre più insofferente - perché diavolo non restano a casa loro?».
«Amico mio, sono passati i tempi in cui voi viaggiatori eravate merce rara!».
«Dannato turismo di massa!».
«Già - replicò Papiro con aria sorniona - tuttavia...».
«... Tuttavia?»
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